ti chiedo scusa per il forte ritardo con il quale mi accingo a risponderti. Ti chiederai sicuramente, o quanto meno te lo sarai chiesto sino al suo annoiarti, come mai non ti avessi ancora risposto o perché non mi fossi ancora scusato di non averlo fatto. Devo innanzitutto dirti che se mi fossi scusato prima, tu avresti potuto, diligentemente (o logicamente), rimproverarmi il fatto che io mi scusassi per non averti scritto ma avrei di gran lunga risparmiato tempo e scuse se ti avessi scritto non per scusarmi ma per risponderti. Mi darai mai torto per tutto ciò, rischiando tu stesso di dovermi scrivere per scusarti, poi, quando io avrò smontato la tua critica?
Comunque tu risponda a questa domanda, te lo dirò molto chiaramente, a dir poco francamente: ho tentato di tergiversare il più a lungo possibile, con il solo intento di esserti meno gradevole di quanto si possa attendere da un buon amico quale io ritengo di essere per te, e senz’altro tu per me.
E vado oltre, caro amico, poiché devo raccontarti qualcosa, forse anche in risposta a ciò di cui tu mi parlavi nella passata missiva. Risposta, poi, è parola grossa. Niente di più distante. Diffida, te lo consiglio, caro amico, da chi dispensa risposte e soprattutto consigli, da chi vuol esserti d’aiuto con la parola.
E veniamo, infine, ai fatti:
Come anche tu avrai potuto notare, l’estate, ahimè, si conclude anche stavolta e, con buona pace di Russell e Dhakir, tra qualche giorno saremo nuovamente afflitti e, volenti o nolenti, invischiati in questa situazione post-rivoluzione industriale. Pazienza, non si può voler tutto dalla vita. Lo schiavismo, in fondo, è rassicurante, soprattutto se messo a confronto con una mano impanata e fritta sullo stesso olio usato in più occasioni. Tergiverso ancora, ti dicevo, mi è capitata, lungo il corso di questa estiva pausa, cosa ben strana:
Il primo mattino in cui mi svegliai nella mia residenza estiva…ehm… suona male “residenza”, vero?
Sembra quasi che abbia una villa in Sardegna, magari costruita, disinteressatamente, su delle tombe etrusche, no?
Diciamo che, dopo il primo pernottamento nella casa di mio nonno, a mare, mi svegliai deciso a fare una bella passeggiatina sugli scogli. Che bello vedere quella magnifica esplosione di colori tra la sterpaglia che cresceva negli anfratti scogliosi. Mi riferisco alle lattine, vagamente yankee, scolorite ed ignote negli ingredienti costitutivi dei liquidi contenuti nei suoi primordi industriali e commerciali. Ma non solo: bottiglie di vetro, integre e frantumatesi in più pezzi di un immenso mosaico, degno di questa splendida Monreale del rifiuto; volantini di ogni tipo, da quelli con le facce stampate e lo slogan elettorale intrigante a quelli più strettamente commerciali (non che i precedenti non lo fossero); sporte di plastica e ogni altro tipo di pezzo non biodegradabile, ormai appartenente alla archeologia ed al gusto storico. Ad un certo punto, però, mi accorsi che qualcosa di pungente solleticava le narici. Pensai subito al prodotto interno lordo (P.I.L., o sacro P.I.L, gioia e dolore. Aspettativa benefica, salvifica e fideistica, di chi non può conoscere ma solo credere!), il prodotto interno lordo della fauna eventualmente circostante. Magari…cani?!? Sarebbe mica una novità, no? Ma dando uno sguardo ai poco lontani flutti vidi che la placida onda, poco razionale e sempre varia, si alzava ed abbassava mostrandomi e chiarendo in parte i miei dubbi. Una macchia continua ed allungata, dal punto di inizio indeterminabile (per tanti, a quanto pare) e le sfumature marroni, si diluiva assumendo un colore giallo e spumoso, a tratti spugnoso, inebriante e seducente. Sì, da lì proveniva l’olezzo. No, non fu quella la prima volta in cui mi capitava di assistere a qualcosa di simile, so che mi deridi, caro amico, prendendomi per un ingenuo. Talvolta, in passato, ho anche tentato, (in)coscientemente, di avvertire chi di dovere… Ho detto “chi di dovere”? Chi è costui? Qual è il suo volto? Ha i baffi? Porta cravatte a pois? Va in giro con le trombette di plastica (quelle che si comprano alle feste patronali)? Chi è? Si potrà mai scoprire, amico mio? Se feci bene, all’epoca, amico caro, ancora me lo chiedo. Credo che ormai mi abbiano schedato e chissà cosa rischio.
Chissà se feci cosa giusta: non sapevo a chi rivolgermi, telefonai al mio barbiere. Potevo anche chiamare il mio estetista, ma il barbiere mi era sembrato più ferrato nel discorso, chissà poi perché.
Questa volta però era troppo bello perché finisse, volevo godermela tutta, la chiazza.
Ogni giorno andavo sugli scogli. Ogni giorno; giorno dopo giorno, giorno dopo, giorno, giorno dopo, dopo, dopo…ops…
Insomma, per tutta l’estate sono andato a controllare che Lei fosse lì, la tanto desiata.
Ogni mezzogiorno arrivava, puntuale come lo sciopero per la finanziaria ai tempi del liceo.
Addirittura, qualche minuto dopo, faceva capolino persino sulla spiaggia, per allietare i bagnanti e gli spiaggianti. A volte più rada e confusa tra i flutti, a volte bella concentrata, consistente e persistente negli odori. Nei giorni, Bernardo mio, mi accorgevo però che qualcosa mutava. La chiazza assumeva sempre maggior consapevolezza di sé. Nei primi di agosto la trovai che leggeva la “critica della ragion pura”, a ferragosto uscì dall’acqua e si diresse verso il bar a prendere un cockatail, subito dopo aver acquistato una bellissima paglietta (vera paglia, non plastica, di quelle che fanno odore di fieno).E a quel punto preferiva già Hegel. In occasione di una festa religiosa locale, una di quelle che sanciscono la definitiva conclusione delle vacanze, davanti ad alcune personalità del clero, dell’establishment culturale, in presenza dei maggiorenti dei partiti locali, di governo ed opposizione, anche non strettamente locali, si decise di premiare la chiazza. Qualcuno obiettava che non aveva poi fatto cose così eccezionali, in fondo. Ma la diatriba fu risolta con una alzata di spalle, si premia per molto meno, sempre più in fondo. Tutto si svolse nel migliore dei modi, con grande successo per quanto riguarda le presenze di pubblico. Tra frizzi e lazzi, la serata si concludeva con lo scrosciare continuo degli applausi (anche i miei, ero un vero scalmanato quella sera), quando, voltandomi verso un tizio al mio fianco, gli dissi:
“ha visto come porta bene i capelli?”
mi rispose:
“Si, si, bel taglio davvero, moderno!”
gli dissi ancora:
“Già, già, peccato per la puzza, vero?”
“puzza?!?”-chiese lui stupito.
“beh, in fondo, i suoi inizi non sono certo un esempio di chiarezza, dico: non vedo mica limpido, (ancora) in fondo!”-feci io
“Senta, non so a cosa voglia alludere-mi controbatteva- e non mi interessa. Si segua la premiazione, se vuole, e mi lasci in pace.”
Non dissi altro e, a dire il vero, neanche lui, poi, però, nei giorni seguenti mi accorsi che le mamme mi additavano ai loro figli. Riuscivo a percepire qualcosa dai discorsi dei vecchietti che giocavano a carte. Si parlava del fatto che quest’anno il mare era stato veramente sporco. La faccio breve, Bernardo, sai che non mi piace la suspense e i gialli. Mi hanno fatto una multa, sono in attesa di processo, incriminato per delitti ecologici, e m’hanno detto che devo pure ringraziare!
Vuoi sapere che dicevano le mamme, ai figlioletti, quando mi indicavano?
“Se non fai il bravo guarda che ti faccio prendere dall’uomo nero che sporca il mare!”



