domenica 31 gennaio 2010

Un nuovo racconto ed il suo narratore

Un nuovo racconto, o meglio, il canovaccio di esso; la storia falsa ed immaginaria di un personaggio, come si suol dire, di pura fantasia.
Il soggetto principale di questo racconto è uomo, forse ancora giovane, qualcosa in più di trenta anni di età, magari trentatré. Arrestato perché ritenuto, probabilmente ingiustamente, facente parte di una cellula terroristica; mandante ed autore diretto, presunto, di taluni orribili delitti.
Sì, tanti sono i miei dubbi, in qualità di narratore non giuridico, poiché in fondo le accuse muovevano tutte da senz’altro opinabili presupposti, quali ad esempio l’abitare sopra il panificio-osteria ed ex pescheria, attività di comodo, ritenuta sede occulta della cellula rivoluzionaria già citata. Altre simili supposizioni derivavano dall’amicizia, non di lunga data per la verità, con Pietro Cefasì e Paolo Spada, noti malviventi del luogo già noti alle forze dell’ordine, per restare in una terminologia a-tecnicamente giornalistica, in quanto ruotanti attorno l’orbita della protesta a mano armata. In realtà, quindi, non c’erano certo prove dirette che collegassero questo mio personaggio di fantasia agli efferati crimini a lui imputati, ma soltanto la parola e le accuse di alcuni collaboratori di giustizia e la testimonianza oculare di un sacerdote (Parrocchia di San Caiafasso Martire, cui apparteneva anche, e non solo per motivi circoscrizionali, il tizio di cui mi sto occupando).
Come fu e come non fu, si instaurò il processo e si susseguirono penosi interrogatori diretti, per mesi. Trattenuto nella casa circondariale, in attesa che ci fosse un giudizio in merito, dopo quasi un anno, l’uomo fu finalmente scagionato, completamente tra l’altro, dalla resa confessione di “Barabba”, nome in codice della reale mente e leader del gruppo sovversivo. Ripeto, finalmente, anche se emaciato, pieno di lividi e sensibilmente provato dal regime di carcere duro cui era stato provvisoriamente destinato, fu rilasciato con effetto immediato. Intervistato dalla TV locale rispose solo con un “tutto è bene ciò che finisce bene!”.
Così, concluso questo breve schema per un nuovo racconto, chiudo il block notes e mi decido ad andare a letto. La cosa strana è che però, pur avendo terminato il lavoro, non riesco a prender sonno.
Già, qualcosa mi impedisce di essere sereno, così decido di alzarmi e quando, mezz’ora dopo, ritorno tra le coperte, provoco tanto trambusto da svegliare mia moglie:
“Sei andato a fare la pipì, vero? Te lo dico sempre di non bere troppa acqua prima di coricarti!”
“Ma no cara -gli rispondo- sono andato a cambiare il finale al racconto, non mi convinceva. Ho pensato di fare intervenire un amico di infanzia, un fidato del mio personaggio, che pagato dai corrotti servizi segreti deviati di non so quale posto, accusa ingiustamente il suo amico, smentisce “Barabba” e lo fa arrestare. Poi, un prete di cui avevo scritto prima la partecipazione, conferma i fatti e dice che lui l’aveva sempre detto e ricorda che la Parola del Signore mai è creduta, perlomeno in tempo. E insomma, alla fine, “Barabba” viene liberato e, nel dileggio generale della folla inferocita, tra sputi e lanci di pietre, il mio personaggio, esposto in piazza al pubblico ludibrio, è condannato a morte, pur non avendo commesso nulla di ciò di cui lo si accusava. Cara, ma stai dormendo?”
E così presi sonno anch’io, serenamente.

Angelo Secondo Lo Munno

sabato 24 ottobre 2009

Misterioso

Da una discussione avvenuta al circolo di conversazione:
“Uno dei ricordi di infanzia, forse il più rimosso, è ritornato alla ribalta, sul palco dei miei interessi, proprio qualche giorno fa. Mia moglie si è messa in testa (maledette donne, mai che lascino a riposo i mali pensieri) di ristrutturare l’antica Villa di famiglia. Non una masseria, intendiamoci, chiamarla così ucciderebbe mio nonno per la seconda volta, una vera e propria Villa d’altri tempi, con tanto di torre e fortificazione muraria, cappella e ossa di antica, santissima, piissima quadrisavola. Insomma, da qualche generazione, vuoi gli altri interessi, vuoi il disinteresse, l’avevamo lasciata a languire tra la sterpaglia e le feci del bestiame, affidata al figlio di uno storico campiere, a servizio di mio nonno. Era un mistero, fino a qualche giorno fa, ciò che avvenisse da quelle parti, e tale poteva restare, per quanto può interessarmene. Ma, come ho detto, la miseriaccia boia di mia moglie, che ormai ha i suoi bei settanta anni e, se non si intromette anzitempo la signora dal velo scuro, nessuno la ferma, in quanto a rompimento dell’anima… Stavo dicendo?
Ah già, mia moglie mi ha portato lì e mi ha fatto una testa tanta, cercando di farmi capire i vantaggi di una ristrutturazione. Hai voglia a cercar di farla ragionare: Che ce ne faremo mai di una masseria ristrutturata alla nostra età? Non abbiamo neanche figli! Che il diavolo se la porti, non ho potuto fare a meno di accontentarla. Vai a vedere che succede nella testa delle donne, soprattutto quando invecchiano. Fatto sta che dopo un paio di giorni iniziarono i lavori. Qualcuno potrà pensare che i guai finiscano qui. No, vi sbagliate, per Zeus tonante che sta sull’Olimpo dove nessuno gli rompe le scatole. Mia moglie, ennesimo, incontrollabile, sfizio, se la pensa bene e decide di abbattere un’ala dell’edificio dove stava la foresteria. Così sono costretto ad andare lì, con l’architetto (che ormai l’ingegnere non è di moda, e poi, in fondo sempre erede del capomastro è!), perché era venuto fuori che c’era qualche problema ad andare avanti con la demolizione. Che problema dell’anima sarà?-mi dico io! Comunque vado, con l’architetto e il mastro, confuso, mi dice:
“Signor barone, mi scusasse se la disturbo ma qua succede che ogni volta che un operaio cerca di salire le scale, dopo qualche gradino si sdirrubba e ruzzola fino in fondo, spezzandosi una volta un braccio, una volta la gamba.”

Per prima cosa mi dissi, ma a mente: “Ma cui ci ‘mparau a diri “ruzzolare”? Questi sono i danni della troppa cultura in tv, magari ha pure letto qualche libro.” Poi, rivolgendomi al tizio:

“Ma toglietemi una curiosità, sti scali si devono salire per forza? Non si può abbattere direttamente?”
Mi risponde:
“Signor barone, c’è il rischio di fari carri anchi u riestu!”

La miseriaccia diavola ch’è tra le fiamme, che si porti mia moglie e le sue fisime…
“Amuninni a virri sti scali!”- dissi.

Ed ecco qui, quel ricordo d’infanzia di cui parlavo prima:
Procedendo dal patio interno verso i locali della foresteria, c’era una strettoia che divideva, sul lato sinistro, una fabbrica da un’altra (nello specifico: foresteria e mulino). Quasi una vanedda, umida ed ombrosa, dal selciato lipposo. Inserendosi in questa, ad un certo punto si apriva una porta, sul muro a destra, e lì c’erano le scale! Appartenevano, appartengono all’ala antica della Villa, per cui nessuno tra le persone più grandi di me, mi ha mai saputo dare delucidazioni precise in merito.
Erano lì da sempre, magari anche da prima. Ricordo solo che mia madre, povera bigotta, credeva ci salisse e scendesse il demonio e mi vietava, in ogni modo, di avvicinarmi ad esse. Mio padre, d’altro canto, non se ne fregava niente, e mio nonno ancor di meno. Forse, se me lo avessero vietato anche loro, il mio interesse non sarebbe scemato, e chissà quante volte sarei andato lì, magari a cercare di salirle. Invece feci contenta, l’unica volta forse, mia madre. Trovarmele davanti, ora, in quel momento, mi fece un certo effetto. I gradini erano alternativamente bianchi e neri, nel senso che uno era bianco ed il successivo nero. Però, ogni sette gradini e successivamente ogni cinque, ce n’erano due bianchi consecutivi, per poi ricominciare infinitamente, apparentemente, la serie. Dico apparentemente perché, l’andatura della scala, ipotizzavo fosse a chiocciola. Ad un certo punto sbottai:
“Beh insomma, ci sbrighiamo a salire ste scale? Chiamate un operaio…”

In effetti, subito arrivò un giovanetto dagli occhi ed i capelli altrettanto chiari, uno slavo.

“Questo è nuovo!” – disse il capomastro, con tono indispettito.

Lo vidi, coi miei occhi, lo slavo, posare il piede sul primo gradino e letteralmente truppichiare come un imberbe mentre corre sulle strade accidentate del paese. Si rialzò dubbioso, dicendo qualcosa nella sua lingua, e riprovò a salire. Tentò più volte, riuscendo a fare solo un paio di gradini.
Dopo un’oretta non era più perplesso, o almeno ciò non si notava, sembrava un mulo, caparbio.
Prendeva la rincorsa per poi finire rovinosamente coi denti sugli scalini. Ne perse un paio, prima di abbandonare l’idea di “salire” e decidersi a “scalare”. Quasi non posava più i piedi, anzi solo sfiorava, talvolta, arrampicandosi sulle mura laterali, abbastanza strette ed anguste da consentirgli, con l’imbracatura, quell’assurdo atto di forza. Era quasi arrivato sul punto dove la scala sfumava, ruotando su se stessa ed io ero già pronto a chiedergli che vedesse, quando il tizio, lo slavo, forse avendo preso troppa sicurezza di sé, poggiò il piede destro. Cadde rovinosamente e fu quasi un miracolo se giunse ai nostri piedi ancora vivo.

“Ha visto, signor barone?” – mi diceva il capomastro, mentre l’architetto si grattava il capo.

Devo dire che ero confuso anch’io, ma non potevo certo darlo a vedere. Certo, poteva anche darsi che se ne accorgessero lo stesso ma…
All’animaccia di satanasso e della sua combriccola, per Marte e Venere che si divertono alle spalle dello zoppo, che si portino mia moglie, anzi che vengano a prendermi e mi liberino da…
Lasciamo perdere! Insomma, si chiamarono altri personaggi di provenienza extra-nazionale varia ma tutti si riducevano in maniera del tutto simile a quella del primo che aveva tentato sotto il mio sguardo. Cominciavo ad alterarmi, ma che dico “cominciavo”, ero alterato già da un bel pezzo, quando si avvicinò un monaco, incappucciato. Che ci faceva lì e chi lo aveva fatto entrare? Portano male i monaci! Feci gli scongiuri e mi allontanai debitamente. Questi, invece, mi si avvicinava. Più mi allontanavo e più il monaco si avvicinava. Mi afferrò un braccio e con tono ironico, quanto inquietante, mi disse:

“Ma che volete raggiungere? E poi, a cosa volete arrivare in tal modo? Certe cose, se proprio vanno fatte, bisogna farle ad arte!”

In quel preciso momento spuntò un cane, logoro, sporco e malandato, magro che si vedeva il costato.

“Scacciatelo!!!” – urlai.

Ma non si fece in tempo, quest’ignobile rappresentante della razza canina, che già mal sopporto, quasi quanto quella femminile, si infilò nella tromba delle scale. Saliva, poco agilmente, forse anche incespicando, ma saltava un gradino là, uno qua, l’altro lì, due insieme un po’ più in su, poi addirittura quattro in una volta ed un paio singolarmente, prima di scivolare su di una serie verso l’alto e sparire dietro il muro. Udimmo i passi ancora per qualche secondo, alternati non metodicamente né graziosamente, come solo una bestia sa fare.
Mi voltai verso il monaco e questi mi disse:

“Oppure c’è anche questo sistema!”- indicandomi la scala, appena affrontata dal cagnaccio.

Seguii l’indicazione dell’indice ecclesiastico e poi mi rigirai verso il suo possessore, ma non c’era più. Aspettammo il ritorno del cane fino a sera, poi ordinai di chiudere la porta e continuare la ristrutturazione sulle altre parti della villa.
La scala? Che stia dov’è, ho altre cose a cui pensare.
Mia moglie? …Lei, la villa, il cane e il monaco, lo slavo e i maghrebini con tutti gli architetti e i capomastri del mondo, che se li porti il.........”

Gaetano Celestre

mercoledì 30 settembre 2009

Recensione Giovanni Denaro

Recensione Bagni Achei. di Giovanni DenaroBagni achei non è stata la prima opera che ho letto di Gaetano Celestre; ho infatti avuto la possibilità di leggere alcuni racconti brevi pubblicati sul proprio blog e che hanno rappresentato una sorta di antipasto a questo suo primo romanzo.
Romanzo moderno, come lui stesso l’ha definito, ricchissimo di sfaccettature tale da non potersi classificare con facilità da un punto di vista sia del genere che della tematica. Una lettura che è scivolata via davvero con leggerezza, che non ha stancato ma che al contrario ha messo l’accento su tantissimi aspetti di un’importanza tale che sembra impossibile che l’autore sia riuscito a condensarli tutti in quest’amalgama cosi suggestiva composta da appena 133 pagine.
La storia, ambientata nella bellissima terra di Sicilia, si snoda attorno alle vicende di Gioacchino Ariodante, giovane professore di un paesino di provincia assorbito dalla normalità della quotidianità fino al giorno in cui il gioco delle circostanze fortuite e degli equivoci del caso non lo mettono di fronte a una situazione ai limiti del paradosso che cambierà definitivamente la sua esistenza.

Non già un’esistenza da definirsi mediocre quanto piuttosto una vita come tante, normale e senza grandi emozioni ed un personaggio, quello di Gioacchino, che porta con sé tutta la stanchezza e l’amarezza del vivere che Sciascia ha benissimo rappresentato in due sue opere fondamentali, “Il cavaliere e la morte” e “A ciascuno il suo”, disegnando la fragile condizione umana con spietata quanto sincera crudezza puntellata solo di tanto in tanto da punte di barocchismo appena tuttavia sufficienti a rendere affascinanti le vite di queste anime peregrine che sono i sognatori siciliani.
Pescatori, intellettuali, professori e artisti musicisti che popolano il romanzo di Gaetano Celestre e nei quali un siciliano non può non riconoscersi, perché è di noi che si sta parlando, di noi come siamo ora e di come siamo sempre stati.
Non so ben dire se Gioacchino possa definirsi un eroe, sebbene abbia letto tutta la sua vicenda ed effettivamente, se così fosse, dovremmo allora reinventare il concetto di eroe, dimenticando il bardo solitario che protegge tutti contro tutto per accogliere la ben più romantica idea di chi, solitario ciottolo sul fondo di questo oceano che è la vita, compie ogni giorno sforzi immensi per resistere alle ingiustizie della vita, o per resistere forse alla vita stessa.
Questa è la verità che traspare dalle pagine dell’opera: si resiste ogni giorno alla mestizia del vivere quotidiano, e si resiste con un senso di appartenenza alla nostra terra di Sicilia che solo si può spiegare facendo riferimento a quel sentimento sui generis che si traduce in amore e odio per una stessa cosa.

È la c.d.isolitudine, tema dolce amaro come lo è del resto la malinconia.
Un sentimento vivo di contraddizioni, l’orgoglio del nostro essere isolani unito alla condizione di separatezza che ci tiene lontani dal mondo.
” La fierezza dell’unicità e l’esilio del naufrago”, utilizzando parole di Gesualdo Bufalino che sintetizzano al lettore la sensazione di particolare abbandono cui si lascia andare il nostro pensiero, sempre in bilico tra il nostro essere e ciò che si potrebbe essere, con i piedi ben piantati in terra e la mente che va oltre il mare, a esplorare - con le intenzioni soltanto - l’altro dalla Sicilia. Per noi siciliani il viaggio non è semplicemente momento indolore, spensierata rilassatezza.
Per noi è veramente morire.
Più che un cenno merita lo stile di scrittura che posso ben definire originale e moderno- viste le numerosissime incursioni che Gaetano compie nel mondo del non-sense, dell’irrazionale e del paradosso più assoluti, sia da un punto di vista scenico che grammaticale, come il Lewis Carroll di Alice nel paese delle meraviglie; ma al contempo tradizionale come non mai, non rinunciando al dialetto siciliano a dimostrazione del grande amore verso la sicilianità tutta, soprattutto quella dei modi di dire e dei modi di fare.
Ma a sorprendere di più è forse la sottile(ma neanche tanto, a volerci ben pensare) analisi politica e sociale della nostra epoca con la quale l’autore passa in rassegna tutti gli stereotipi e i luoghi comuni tipici del bel paese in generale e della Sicilia soprattutto, affrontando tematiche di un’attualità incredibile come la mafia e gli sbarchi clandestini sulle coste siciliane, il tema delle ingiustizie e dei soprusi vecchi quanto il mondo e che dividono il genere umano in disonesti-vincenti e umili - perdenti.La storia del genere umano, di sempre.
Ed è forse questo il messaggio che l’autore vuole far passare: il mondo vive da sempre con le sue ingiustizie, con i suoi drammi, con i suoi paradossi e le sue contraddizioni, anzi vive di tutto ciò, ed è una normalità che non si può combattere ma eroicamente accettare, non già supinamente, genuflessi innanzi all’ineluttabile destino della condizione umana ma resistendo “eroicamente” in questo giardino tanto bello quanto a volte spietato.
L’amaro in bocca, questo rimane alla fine dell’opera. Se questo sapore sia spiacevole o meno, beh, questo è tutto da capire!!! Giovanni Denaro, 28/05/09.


Altre recensioni:
http://www.ondaiblea.us/index.php?option=com_content&view=article&id=8839:a-ritroso-sulla-rotta-dei-migranti&catid=6:libri&Itemid=43 (Recensione dello scrittore Giuseppe Nativo, apparsa sul tomo regionale del quotidiano "La Sicilia".)

http://www.ondaiblea.us/index.php?option=com_content&view=article&id=7695:qbagni-acheiq-un-viaggio-onirico-tra-il-serio-e-il-faceto&catid=6:libri&Itemid=43 (Recesione della poetessa Giovanna Vindigni, da http://www.ondaiblea.us/)

http://www.ondaiblea.us/index.php?option=com_content&view=article&id=7437:bagni-achei-di-gaetano-celestre&catid=6:libri&Itemid=43 (Recensione di Salvo Micciché e Marco Iannizzotto, http://www.ondaiblea.us/)

Grazie a tutti...

mercoledì 16 settembre 2009

Ulteriori sgradevolezze



Caro Bernardo,
ti chiedo scusa per il forte ritardo con il quale mi accingo a risponderti. Ti chiederai sicuramente, o quanto meno te lo sarai chiesto sino al suo annoiarti, come mai non ti avessi ancora risposto o perché non mi fossi ancora scusato di non averlo fatto. Devo innanzitutto dirti che se mi fossi scusato prima, tu avresti potuto, diligentemente (o logicamente), rimproverarmi il fatto che io mi scusassi per non averti scritto ma avrei di gran lunga risparmiato tempo e scuse se ti avessi scritto non per scusarmi ma per risponderti. Mi darai mai torto per tutto ciò, rischiando tu stesso di dovermi scrivere per scusarti, poi, quando io avrò smontato la tua critica?
Comunque tu risponda a questa domanda, te lo dirò molto chiaramente, a dir poco francamente: ho tentato di tergiversare il più a lungo possibile, con il solo intento di esserti meno gradevole di quanto si possa attendere da un buon amico quale io ritengo di essere per te, e senz’altro tu per me.
E vado oltre, caro amico, poiché devo raccontarti qualcosa, forse anche in risposta a ciò di cui tu mi parlavi nella passata missiva. Risposta, poi, è parola grossa. Niente di più distante. Diffida, te lo consiglio, caro amico, da chi dispensa risposte e soprattutto consigli, da chi vuol esserti d’aiuto con la parola.
E veniamo, infine, ai fatti:
Come anche tu avrai potuto notare, l’estate, ahimè, si conclude anche stavolta e, con buona pace di Russell e Dhakir, tra qualche giorno saremo nuovamente afflitti e, volenti o nolenti, invischiati in questa situazione post-rivoluzione industriale. Pazienza, non si può voler tutto dalla vita. Lo schiavismo, in fondo, è rassicurante, soprattutto se messo a confronto con una mano impanata e fritta sullo stesso olio usato in più occasioni. Tergiverso ancora, ti dicevo, mi è capitata, lungo il corso di questa estiva pausa, cosa ben strana:
Il primo mattino in cui mi svegliai nella mia residenza estiva…ehm… suona male “residenza”, vero?
Sembra quasi che abbia una villa in Sardegna, magari costruita, disinteressatamente, su delle tombe etrusche, no?
Diciamo che, dopo il primo pernottamento nella casa di mio nonno, a mare, mi svegliai deciso a fare una bella passeggiatina sugli scogli. Che bello vedere quella magnifica esplosione di colori tra la sterpaglia che cresceva negli anfratti scogliosi. Mi riferisco alle lattine, vagamente yankee, scolorite ed ignote negli ingredienti costitutivi dei liquidi contenuti nei suoi primordi industriali e commerciali. Ma non solo: bottiglie di vetro, integre e frantumatesi in più pezzi di un immenso mosaico, degno di questa splendida Monreale del rifiuto; volantini di ogni tipo, da quelli con le facce stampate e lo slogan elettorale intrigante a quelli più strettamente commerciali (non che i precedenti non lo fossero); sporte di plastica e ogni altro tipo di pezzo non biodegradabile, ormai appartenente alla archeologia ed al gusto storico. Ad un certo punto, però, mi accorsi che qualcosa di pungente solleticava le narici. Pensai subito al prodotto interno lordo (P.I.L., o sacro P.I.L, gioia e dolore. Aspettativa benefica, salvifica e fideistica, di chi non può conoscere ma solo credere!), il prodotto interno lordo della fauna eventualmente circostante. Magari…cani?!? Sarebbe mica una novità, no? Ma dando uno sguardo ai poco lontani flutti vidi che la placida onda, poco razionale e sempre varia, si alzava ed abbassava mostrandomi e chiarendo in parte i miei dubbi. Una macchia continua ed allungata, dal punto di inizio indeterminabile (per tanti, a quanto pare) e le sfumature marroni, si diluiva assumendo un colore giallo e spumoso, a tratti spugnoso, inebriante e seducente. Sì, da lì proveniva l’olezzo. No, non fu quella la prima volta in cui mi capitava di assistere a qualcosa di simile, so che mi deridi, caro amico, prendendomi per un ingenuo. Talvolta, in passato, ho anche tentato, (in)coscientemente, di avvertire chi di dovere… Ho detto “chi di dovere”? Chi è costui? Qual è il suo volto? Ha i baffi? Porta cravatte a pois? Va in giro con le trombette di plastica (quelle che si comprano alle feste patronali)? Chi è? Si potrà mai scoprire, amico mio? Se feci bene, all’epoca, amico caro, ancora me lo chiedo. Credo che ormai mi abbiano schedato e chissà cosa rischio.
Chissà se feci cosa giusta: non sapevo a chi rivolgermi, telefonai al mio barbiere. Potevo anche chiamare il mio estetista, ma il barbiere mi era sembrato più ferrato nel discorso, chissà poi perché.
Questa volta però era troppo bello perché finisse, volevo godermela tutta, la chiazza.
Ogni giorno andavo sugli scogli. Ogni giorno; giorno dopo giorno, giorno dopo, giorno, giorno dopo, dopo, dopo…ops…
Insomma, per tutta l’estate sono andato a controllare che Lei fosse lì, la tanto desiata.
Ogni mezzogiorno arrivava, puntuale come lo sciopero per la finanziaria ai tempi del liceo.
Addirittura, qualche minuto dopo, faceva capolino persino sulla spiaggia, per allietare i bagnanti e gli spiaggianti. A volte più rada e confusa tra i flutti, a volte bella concentrata, consistente e persistente negli odori. Nei giorni, Bernardo mio, mi accorgevo però che qualcosa mutava. La chiazza assumeva sempre maggior consapevolezza di sé. Nei primi di agosto la trovai che leggeva la “critica della ragion pura”, a ferragosto uscì dall’acqua e si diresse verso il bar a prendere un cockatail, subito dopo aver acquistato una bellissima paglietta (vera paglia, non plastica, di quelle che fanno odore di fieno).E a quel punto preferiva già Hegel. In occasione di una festa religiosa locale, una di quelle che sanciscono la definitiva conclusione delle vacanze, davanti ad alcune personalità del clero, dell’establishment culturale, in presenza dei maggiorenti dei partiti locali, di governo ed opposizione, anche non strettamente locali, si decise di premiare la chiazza. Qualcuno obiettava che non aveva poi fatto cose così eccezionali, in fondo. Ma la diatriba fu risolta con una alzata di spalle, si premia per molto meno, sempre più in fondo. Tutto si svolse nel migliore dei modi, con grande successo per quanto riguarda le presenze di pubblico. Tra frizzi e lazzi, la serata si concludeva con lo scrosciare continuo degli applausi (anche i miei, ero un vero scalmanato quella sera), quando, voltandomi verso un tizio al mio fianco, gli dissi:
“ha visto come porta bene i capelli?”
mi rispose:
“Si, si, bel taglio davvero, moderno!”
gli dissi ancora:
“Già, già, peccato per la puzza, vero?”
“puzza?!?”-chiese lui stupito.
“beh, in fondo, i suoi inizi non sono certo un esempio di chiarezza, dico: non vedo mica limpido, (ancora) in fondo!”-feci io
“Senta, non so a cosa voglia alludere-mi controbatteva- e non mi interessa. Si segua la premiazione, se vuole, e mi lasci in pace.”

Non dissi altro e, a dire il vero, neanche lui, poi, però, nei giorni seguenti mi accorsi che le mamme mi additavano ai loro figli. Riuscivo a percepire qualcosa dai discorsi dei vecchietti che giocavano a carte. Si parlava del fatto che quest’anno il mare era stato veramente sporco. La faccio breve, Bernardo, sai che non mi piace la suspense e i gialli. Mi hanno fatto una multa, sono in attesa di processo, incriminato per delitti ecologici, e m’hanno detto che devo pure ringraziare!
Vuoi sapere che dicevano le mamme, ai figlioletti, quando mi indicavano?
“Se non fai il bravo guarda che ti faccio prendere dall’uomo nero che sporca il mare!”




Con affetto


Tuo Hamete Benengeli

lunedì 20 luglio 2009

Presentazione "Bagni Achei"


Giovedi 6 Agosto 2009 alle ore 19, presso Palazzo Mormino Penna, a Donnalucata (RG), si terrà la presentazione del mio libro "Bagni Achei".
Siete tutti invitati!

mercoledì 10 giugno 2009

Buona Estate a tutti


Amici, finalmente giunge il momento lungamente atteso (almeno per quanto mi riguarda), durante questo piovoso anno. Non che non mi piaccia la pioggia, devo essere sincero, il suo tamburellare ritmico ed il profumo che si solleva in quel momento, mi hanno sempre provocato rilassamento e sensazioni piacevoli. La pioggia mi affascina. Tuttavia preferisco, sempre, un lungo, lunghissimo bagno (in fin dei conti, si tratta comunque di acqua anche in questo caso) e, credetemi non vedo l'ora di immergermi per ore, come Iachino, il protagonista del mio racconto.

Eh si, spero proprio di poter fare anch'io un bel Bagno Acheo, sereno e ristoratore. Lo stesso tipo di bagno che auguro a chiunque di voi possa far piacere. Adesso devo solo prestar cura di non dimenticare niente in paese. Essenziale, un nutrito gruppetto di libri ("Gerusalemme liberata", i romanzi cortesi di Chretien De Troyes, "Le radici storiche dei racconti di fate"di Propp, il violinista pazzo e il libro dell'inquietudine di Pessoa, Don Chisciotte, i primi due libri della storia di Roma di Tito Livio e u dirittu penale. Voi che portate? sono curioso, scrivete pure tra i commenti), già pronto da portare via. Poi devo ricordarmi il secchiello, la paletta, i baffi ed il rastrellino (può sempre tornare utile, chissà), gli occhiali da sole (ma quelli li indosso già ora) e la paglietta...ah, che buon odore...quando non è plastica! Spero di non dimenticare nulla. Credo e spero (ma, per scaramanzia, non mi allargo e non aggiungo quali siano i possibili "eventi in programma") che periodicamente dovrò tornare in paese e mettere mano al pc, per avvisarvi riguardo i prossimi eventi legati al mio libro. Dunque invito gli interessati a controllare, di tanto in tanto, sia qui che su facebook, i progressi in tal senso. Per il momento vi auguro Buona Estate.

A presto.

Gaetano

Sgradevole/Ancora sgradevolezze

Sgradevole

Una lunga striscia corre via, verso il sole, dove non se ne scorge più l’inizio, tra l’azzurro appena increspato d’inizio estate e la sabbia che è sempre meno asciutta. Bernardo si chiedeva cosa ci facesse con un beverone analcolico poggiato dinanzi a sé. Lui che i cocktails non li aveva mai sopportati, persino da alcolici. Queste mezze figure, né carne, né pesce, in eterno bilico tra la confusione e l’essere anonimi. Un mix di succo d’ananas e qualcos’altro che più antipatico non si può. Avrebbe volentieri bevuto una birra ghiacciata se non ci fosse stata così tanta luce. Forse era la stessa storia delle sigarette: continuava a considerarsi fumatore, lui che non fumava da più di quindici anni. Continuava a sentire la fragranza del tabacco che si accende, tra un brutto pensiero e la conseguente derisione dello stesso. Come poteva prenderlo sul serio questo bicchiere mezzo pieno di robaccia giallognola? Non era meglio una minerale a questo punto?
Respirare aria nuova, fresca di nicotina, non aspetta forse tutto ciò?
Svegliandosi, contorto nel sudore, immerso nelle umide lenzuola della coscienza, si alzava incontro a un nuovo mondo dove un poco di ombra gli avrebbe consentito di fumare in pace. E si allontanava nella direzione opposta a quella striscia che continuava a correre verso riva. Bernardo incontra un gabbiano e non gli chiede nulla, vede un gatto che tentava di farsi tatuare il battistrada di una michelin e lo lascia fare, trova un uomo che piange e decide di tirargli una pietra, scappa.
Si siede al primo bar possibile e prende qualcosa di giallo, all'ananas e qualcos'altro.
Poi comincia a parlare da solo, nella sua mente, imprecando per quello che continuava ad ordinare, da giorni. Cosa sarà mai un altro sorso? E la striscia si avvicinava, ora se ne scorgeva il sorriso beffardo. Stavolta il mare era furioso, inspiegabilmente, apparentemente.
Bernardo si ritirava tra le vie interne, quasi correva, accorreva per udire i suoni delle onde, quando, schiaffeggiando gli scogli, rimbombano tra le mura delle case vuote, screpolate da una vecchiaia mai scontata, sopravvissuta persino alle urla dei primi bambini, quelli che sono nati quand’era già inesistente il resto.
Tutto era vecchio lì, malinconico ed infinito, forse anche triste ma almeno non si vedeva quella striscia. E Bernardo pensava che, in effetti, mai si sarebbe detto capace di lodare quella culla di calcestruzzo. Gli sembra così vera, ora! Fissa gli occhi a quel luogo dove nulla si vede. Un luogo ovattato, dai suoni in secondo piano, senza colori vivaci. Il luogo dove si perdono le considerazioni di chi ha poco da fare e pensa troppo. Il mare è ormai calmo e la striscia è ormai giunta, Bernardo va a vederla, finalmente e finalmente sereno scioglie una parola dalla sua gola: - Marrone!


Ancora sgradevolezze


Come stai?
Ti scrivo per raccontarti ciò che mi è capitato. Lo riporto, caro amico, così come mi è successo.
Ti aspetto.

Ed eccomi a mare, senza sigarette ancora una volta. Cosa farò, poi, sulla battigia se non potrò neanche fumare? La risacca è particolarmente vigorosa e non fa che sbattermi in faccia la verità. O le verità! Una tra queste si alza con la spuma delle onde e raffredda l’aria già afosa. In poche parole l’acqua ha ssiri fridda. Farmi il bagno, non se ne parla, forse. Si scalderà, prima o poi. Ppi forza u primu juornu mi devo fare il bagno? E poi, è tutto così torbido che non riuscirei mai ad immergermi. La sgradevole sensazione di non sapere cosa ci sia sotto…una tracina, Medusa, Perseo, siringhe, pietre, schifezze di ogni genere che possono essere immaginate nel breve spazio di tempo in cui decido di bagnare anche la testa. Tutto ciò per non fare brutta figura dinanzi agli altri bagnanti, che sicuramente stanno attenti a guardarmi. Poi scappo fuori dall’acqua, stando, però, sempre attento a non dare impressione di essere intirizzito dalle temperature glaciali; minimizzando, con un sorriso lieve, persino il pinguino che mi accoglie con un asciugamano. Guai se gli altri mi vedono cedere! Le conseguenza potrebbero essere gravissime, come essere abbandonato sul Taigeto o affidato agli iloti e costretto per tutta la vita ad assemblare panini da McDonald. Però finalmente è giunta l’Estate, il mare si calmerà e l’acqua sarà più calda. Si, vero, non ci sono sigarette ma in compenso ho i baffi. Il mio terrore risiede tutto in una striscia marrone che continua ad avvicinarsi, minacciosa e legittimata da anni di disinteresse programmatico. I capi-popolo chiedevano: “Volete la striscia marrone sul mare?”- e tutti rispondevano: “Siiiii!!!!”
A presto, Bernardo